Non ho detto noia, ma porcatroia!

Vabbè dai, qualche novità da raccontare cellò.
Grazie a TheVoice, LaG ed io abbiamo cominciato a lavorare insieme in ambito peritale, che poi è il più interessante della nostra professione, diciamocelo.
Siamo entrambe gasatissime, anche perché dai tempi della tesi a nessuna delle due è ricapitata una collaborazione altrettanto divertente e mentalmente stimolante.
LaSara, al contrario, si sta corrodendo di gelosia: quando sa che siamo insieme per lavoro ci chiama sette/otto volte l’ora, tipo.
E quando LaSara ti pensa intensamente, per esperienza, è meglio stare in allerta.
Ed infatti il flusso di pensiero menasfiga dell’amica trascurata ha portato LaG e la sottoscritta a fare un incidente.
A testa.
Il mercoledì LaG sperona una ritardata che decide di fare inversione senza mettere la freccia.
Il venerdì, dopo aver salutato l’amica-collega, incrocio un motociclista che decide autonomamente di entrare dritto dritto nella portiera destra della mia puntina.
Mica finita.
Qualche giorno dopo mentre mi reco da AmicaCommercialista, passo davanti ad un negozio di computer e decido di infilarmici per fare una decina di stampe che ho dimenticato di scroccare al lavoro. Nel medesimo istante in cui suona la campanella della porta d’ingresso, l’aria viene squarciata da un boato: rimetto la testina fuori e vedo un furgone infilato dentro al portone sito quattro metri dopo il negozio. No, capito…se non avessi avuto quelle stampe da fare…
Il pomeriggio stesso una paziente de LaG pensa bene di farsi venire un attacco epilettico durante una seduta.
LaG conclude che per la nostra stessa salvezza forse conviene interrompere questa collaborazione.
Concordo.
Ma non subito, che abbiamo un altro cliente in agenda.
Pregatepernoi!

La bugia dell’amore

Poco meno di quattro anni fa, mentre mi preparavo per uscire, se qualcuno mi avesse detto che quella sera avrei conosciuto TheVoice non ci avrei creduto. Non era la serata adatta per conoscere un uomo che sarebbe diventato così importante nella mia vita.
Con lui rido parecchio, mi confronto, mi confido, mi sento coccolata. In questi giorni a dire il vero con lui sono pure un po’ smonata, ma poi mi passa, credo.
Lui è ironico, libero, indipendente come me; e anche polemico, pungente e diretto come me.
Insomma, TheVoice potrebbe essere la mia metà mela, anche se con qualche baco.
Che io di uomini adatti a me ne ho conosciuti due in quarant’anni, non una media che sprigiona ottimismo, diciamocelo.
Però non è scattata la scintilla, il che, sempre per il discorso della media di cui sopra, suona come ulteriore beffa.
Quindi ho deciso che l’amore è una finzione, l’amore vero non esiste.
I due vecchietti sulla panchina che si tengono per mano, i due ragazzini che si baciano davanti alla scuola, la coppia di sposi che si ripara dalla pioggia di riso…finti, finti e finti. Tutte comparse stipendiate.
Sono finti i due nani nudi delle figurine Panini, quelle de “l’amore è…”: per Kim Grove  “l’amore era” guadagnarci cinque milioni l’anno, questa è la verità.
Romeo e Giulietta non sono mai esistiti, Tristano e Isotta pura fantasia, anche Raimondo e Sandra…bugia.
I principi azzurri e le principesse trecciute? Topoi letterari.
Le poesie sull’amore? Un cliché.
Rostand, Dickinson e Goethe? Un’abile strategia di marketing della Perugina.
Mia Martini e Gino Paoli? Suvvia, fintissimi tutti e due, soprattutto il secondo.
Sapete anche chi è finto? Baglioni. Manco si contano i soldi che ha guadagnato per farci credere che l’amore esiste e che con le sedie si accende la tivvù.
E Dante dove lo vogliamo mettere, eh? Può essere esistito davvero uno che si chiamava Dante? Mario, si chiamava, tanto era finto. Mario Alighieri.
Perché se non capita a me, a nessuno.

Sono una donna per dente

Succede che avevo chiesto a papà orso di passare da AmicoDentista per chiedergli se un venerdì, verso le 18, riusciva a trovarmi uno spazietto per un controllino. Che da quando mi ha accennato al rischio devitalizzazione per un premolare, casualmente ogni quattro/cinque mesi quel premolare mi fa male.
E poi c’è quella macchia violacea sulla gengiva, che preoccupa un po’.
Senza contare che sono passati più di sei mesi dall’ultima pulizia dei denti.
Così ieri, alle 18, sono arrivata, mi sono accomodata, ho spiegato il problema, l’assistente mi ha messo il bavaglino, AmicoDentista si è infilato i guanti, ha reclinato la poltrona e “apri!”.
Prima è entrato con lo specchietto, poi con quella cosa che spruzza aria, infine con quella punta sottile che sembra voler testare la solidità dei denti; il tutto accompagnato da una serie di sbuffate e scrollate di testa.
Mi fai perdere tempo”, ha detto alla fine.
non ho niente?
niente!
anche la gengiva un po’ viola è normale?
no, non può essere normale, essendo la tua gengiva”.
E insomma, nemmeno la pulizia dei denti ha voluto farmi.
Rimbalzata anche dal dentista.
Tanto a maggio ci riprovo.

Di gente spostata qua e là

Non scrivo da quindici giorni, un po’ perché voi siete sempre più noiosi, e un po’ perché c’ho avuto due settimane un tantinello stressanti.
Pure un po’ bizzarre, ma soprattutto stressanti.
Perché con il mio lavoro è facile avere a che fare con gente un po’ spostata e con telefonate tipo:
PazienteAnsiosa: “salve dottoressa! Senta io la chiamo per un problema con PargoloDue che adesso si è messo ad imitare PargoloUno e ci sono serate in cui non riesco nemmeno a sedermi un attimo, perché devo stare dietro a loro, prima che mi incendino ancora il cestino, o il letto…pronto? Pronto dottoressa, non la sento più, pronto?
LaYle: “la ascolto signora, non mi sente perché non sto parlando
PazienteAnsiosa: “ah ecco; però adesso l’ho sentita!
LaYle: “adesso ho parlato”.
Ma un po’ spostata lo sono anch’io perché da due settimane il martedì tocca andare in un altro polo a fare mezza giornata di valutazioni che pure una scimmia platirrina sarebbe in grado di fare.
Ed io ho provato a chiedere alla mia primaria perché ha mandato me e non una tirocinante a fare ‘sto lavorodelmenga, ma come sempre quando le si rivolge una domanda diretta, lei comincia ad arrampicarsi sugli specchi solo per evitare di risponderti “perché mi stai sulle gonadi!”.
Quello che però non ha calcolato la primaria, un po’ spostata pure lei, diciamocelo, è che mezza giornata nell’altro polo significa mezza giornata in meno nel suo: indi meno ore a disposizione per lei.
Così l’altro giorno, durante l’equipe, si sono svolti dialoghi di questo tipo:
Primaria: “LaYle, c’è da vedere la mamma di Giacomino: ci pensi tu?
LaYle: “non ho più ore. Sono satura fino a maggio”.
Primaria: “E l’Alice? Quella è da rivedere con urgenza
LaYle: “non ho più ore. Sono satura fino a maggio
Primaria: “sì ma dobbiamo trovare uno spazio. Abbiamo poche risorse, me ne rendo conto, ma dobbiamo trovare una soluzione
LaYle: “una soluzione all’aver poche risorse o una soluzione all’aver mandato quelle poche risorse a fare test da neolaureati?
Primaria fa la gnorri e riprende: “e la certificazione a Filippo? La fai tu?
LaYle: “non ho più ore. Sono satura fino a maggio
Primaria: “non possiamo aspettare maggio. E’ da consegnare prima. Trovami una data, dai”
Sfoglio l’agenda: “ok. Allora lo vedo l’otto marzo, alle 10.00”.
Primaria: “Ma è domenica!
LaYle: “Evvabbè! Una certificazione varrà bene una messa”.

Di impulsi nervosi autonomi

Nel gruppo uozzapp intitolato al nostro amato mentore, LaG chiede a LaSara e alla sottoscritta se una delle due ricordi la data di espulsione del figlio del professore, perché dovendolo chiamare, vorrebbe evitare figuracce.
Io rispondo che fatti due conti dovremmo essere prossimi. Lei scrive “anfatti! Ricordavo anch’io”.
Bon.
Passano quattro ore e sotto i messaggi di cui sopra LaG digita: “l’Altissimo è impegnato con…Loris. LORIS! No comment”.
Deduco che il pargolo sia nato e che alla mia amica non garbi il nome scelto: invio faccina sorridente.
Poi clicco sul nome del mentore altissimo e pigio i tasti per formare la seguente frase: “Congratulazioni a mamma e papà e un benvenuto al piccolo Loris”.
Passano altre due ore e quando riprendo il cellulare in mano noto che LaG e LaSara si sono lanciate in una lunga disquisizione sul nome.
Leggo.
Al quinto commento con orrore realizzo.
Quindi incollo il messaggio di auguri mandato al professore e attendo le reazioni delle due amiche.
Queste:
LaG: “Occristo!
LaSara proclama tutto il suo amore per me e aggiunge: “questa entra nell’Olimpo delle tue figuredighisa”.
Io: “Voglio morire”.
LaG: “E io voglio ucciderti”.
Non c’è la famigerata doppia spunta blu che segnala la lettura del messaggio da parte del destinatario, quindi ipotizzo di poter correre a Padova a rubare il telefono al professore, ma subito dopo LaG stronca l’idea: “troppo tardi, è on line”.
E infatti ecco comparire le due malefiche virgolette blu.
Così non mi resta che scrivere al mentore e scusarmi per aver pensato che Loris fosse il suo prodotto più recente, e non la perizia di un fatto di cronaca di portata nazionale alla quale sta lavorando.
VDM.

Per andare sulla luna

(Ocio che questo è il post più intimista degli ultimi tre anni).
C’è che lo sterzo della puntina si blocca. Ancora.
Dopo che otto anni fa ci ho speso ottocento eurini.
Ottocento eurini che adesso sono diventati milleduecento, a volerlo riparare ancora.
Colcazzo!
Anche se solo pochi mesi fa ho sostituito la cinghia – trecento eurini – ho deciso che cambierò macchina. Magari la cinghia seminuova me la ridanno.
Però non sono qui per disquisire se l’ibrida sia una buona soluzione, se riprendere un’altra punto per riciclare le gomme da neve, o se scegliere quella che fa la carrozzeria del verde che piace a me.
No.
Sono qui perché ‘sta cosa dello sterzo che si blocca, di nuovo, mi ha fatto partire la pippa mentale della staticità: il nesso è palese.
Ché la mia dimensione è sempre stata il cambiamento. Ho cambiato cinque indirizzi e dodici lavori. Da sempre sono priva di appigli: su di me si scivola via. Scivolano tutti.
Tipo una pillola monodose: all’uopo la sciogli sotto la lingua e bon.
Un po’ va bene eh, che io la stabilità l’ho messa da parte lustri fa, quando ho scoperto che non mi piace sentirmi indispensabile per qualcuno.
Un po’ va bene, che la mia dimensione è il cambiamento.
Solo ogni tanto vorrei che durasse più di dieci minuti.
Ogni tanto vorrei essere una priorità per qualcuno.
Una cazzo di priorità per uno stracazzo di qualcuno.
Come la canzone dei Sopwith Camel che fa: “I’d hate to be mistaken for astronaut food”.
Così.

“Viva la Rai, quanti geni lavorano solo per noi”

L’ironia della sorte vuole che TheVoice mi abbia invitato ad assistere alla registrazione di The Voice.
Premetto di avere un’importante idiosincrasia per tutto ciò che può immortalarmi: mica perché credo, come gli indiani, che le fotografie mi rubino l’anima, ma perché l’idea che la mia immagine vaghi nell’etere senza che io ne abbia facoltà di gestione mi turba. Bon…il discorso è più complesso di così, perché chiama in causa passati e trapassati, ma la pianto qui sennò mi rinchiudono.
Dunque, dicevo, lui mi invita ed io accetto pensando che tanto, per non farsi inquadrare, sia sufficiente sedersi dietro una colonna o indossare un giubbotto catarifrangente.
Dopo qualche giorno TheVoice precisa che è un invito a partecipare ai provini, mica a far parte del pubblico, ma da quella volta in cui mi hanno convinta che quando piove i campi di calcio vengono cosparsi di colla per evitare che la palla schizzi da tutte le parti, di tempo ne è passato ed ora sono più sgamata: mica c’ho creduto, ecco!
Almeno fino a quando non ho ricevuto la telefonata di un’impiegata della produzione che chiedeva quale brano avrei portato, poco prima di scoppiare a ridere e rivelarsi come la segretaria di TheVoice, e molto poco prima che chiudessi la telefonata e corressi a gettare il cellulare nel cesso.
Così martedì ci siamo presentati alle 18.00 davanti ai cancelli dello studio di registrazione: un’ora dopo, con dei cubetti di ghiaccio al posto di illice, trillice e compagnia bella, riuscivamo finalmente a prendere posto in posizione frontale rispetto al palco. Niente colonne davanti, insomma. Ma quando il regista ha registrato gli applausi e la sigla, raccomandando di scatenarsi se si voleva essere inquadrati, io sono entrata in freezing: dovrei averla scampata, insomma.
Del programma che dire? Una noia clamorosa. Tempi morti e una lentezza che Antonioni, in confronto, è un regista dinamico e vivace.
Un’esperienza utile a sapere che:
– le registrazioni cominciano in media tre ore dopo l’orario di convocazione
– nei programmi televisivi esiste la figura dello Scaldapubblico Molesto che fa partire gli applausi ogni dieci nanosecondi
– è vietatissimo abbandonare i propri posti fino alla fine della registrazione: sulla liberatoria che abbiamo firmato era previsto che non ci alzassimo fino alle 00.30
– per essere certi che la liberatoria venga rispettata il guardaroba sequestra cappotti e borse fino alla fine del programma
– FrancescoFacchinetti è un povero mentecatto che perde un neurone ogni volta che apre bocca
– suo padre è l’uomo più triste e imbarazzato del mondo
– e soprattutto, se quelle storie sui cromosomi e la genetica sono vere, non è suo padre
Due ore e millemila pause trucco/bibite/tecniche dopo, erano saliti sul palco otto talenti su ventuno.
E’ bastato un rapido calcolo per concludere che all’alba saremmo stati ancora sotto sequestro.
Alle 23.00, dunque, abbiamo raccolto le nostre gonadi e ci siamo diretti al guardaroba.
Ho parlato io con la guardarobiera, perché TheVoice è fumantino, polemico e parecchio diretto. Sì, più di me, il che è tutto un dire.
Consegno il numerino e la signorina mi anticipa: “mi ero raccomandata di prelevare tutto il necessario perché non sarebbe stato possibile accedere alle borse prima della fine”.
Ancora di buon umore preciso che stiamo andando via, che per noi quella è la fine.
La signorina vagamente sorpresa mi domanda: “avete chiesto il permesso a chi gestisce il pubblico?”.
Aggrappata all’ultimo filo di buon umore le rispondo che no, non ritengo di dover chiedere autorizzazioni a dei microcefali con i palmi scorticati.
Lei insiste: “ma avete firmato una liberatoria!”.
Finito il buon umore.
Smetto di sorridere, lancio sguardi chesembranfulmini e riformulo la mia richiesta, con calma, scandendo bene le parole: borsa e giubbotti si sono materializzati in un istante.
Ci siamo allontanati mentre nel guardaroba accanto un pacato signore minacciava di incendiare la via Mecenate tutta.

The Ring: la telefonata che uccide

Due anni fa l’assemblea condominiale stabilì che fosse giunto il momento di cambiare le caldaie.
Fu così che io, che naturalmente avevo appena imbiancato, mi ritrovai la casa invasa da muratori che spacca qui, spacca lì, dopo una settimana lasciarono il mio monoloculo ancora polveroso e con cumuli di macerie ai piedi dello zoccolino: il tutto per fare in modo che un nuovo tubo bianco abbagliante potesse percorrermi dritto dritto tutto il salotto, prima di sfociare sul balcone.
Tralasciamo l’aspetto estetico che tanto la casa non è mia e adesso sul tubo posso anche appenderci le lenzuola ad asciugare, e focalizziamoci sul problema principe: che dopo soli due anni la caldaia ha fatto tilt, forse a causa di un fulmine.
La vicina madonnara allungandomi un biglietto da visita: “questo è il numero del tecnico: buona fortuna!”.
Provai a comporre il numero.
Correva la primavera 2014.
Una voce femminile scoglionatissima dall’altro capo risponde dicendo, suppongo, il nome della ditta: “Accservissss?” …o forse trattavasi di starnuto.
Io spiego: “ho problemi con la caldaia: non si accende, non scalda l’acqua, si impolvera soltanto
La voce femminile: “la faremo contattare da uno dei tecnici”.
Ora…analizzando questa frase possiamo intuire come la Accservis sia una grande azienda con almeno due segretarie (“la faremo contattare”) e almeno altrettanti tecnici (“uno dei tecnici”).
Invece no. Sono solo lei e il tecnico: oltretutto, parlando con la vicina, ho scoperto che sono moglie e marito, e che stanno in uno stracazzo di antro buio sulle rive del Ticino.
Io: “quando mi farete richiamare?
Lei: “appena rientra”.
Questa però non è la telefonata di prima.
Questa è la dodicesima telefonata e siamo già a giugno.
Lei: “Accservisss?”.
Questa è la trentaduesima ed è agosto.
Poi finalmente il tecnico richiama e dopo una decina di giorni lo guardo commossa smontare la caldaia.
Lo guardo commossa anche quando decreta: “è la scheda! Sono duecentottanta euro”.
Io: “eh ma…non è in garanzia?”.
Lui: “E’ scaduta a luglio”.

E arriva anche ottobre e con i primi freddi tocca tenerla accesa ‘sta caldaia.
Che però ogni volta che parte fa un boato assurdo che pare di essere a Cape Kennedy durante il decollo dell’Apollo.
Accservisss?”…blablabla…”la faremo richiamare da un tecnico”.
Accservisss?”, tredicesima.
Accservisss?”, ventinovesima.
Accservisss?” trentaseiesima…e siamo a novembre.
Il tecnico richiama e spiego il problema.
Lui: “ma i caloriferi vanno?”.
Io: “vanno”.
Lui: “allora provi a dare acqua alla caldaia
Io: “emh…tipo a secchiate?
Lui: “chieda al sig. Madonnaro che lui sa come fare. Mica posso venire dal mio lontano stracazzo di antro sul Ticino per metterle un po’ di acqua nella caldaia”.
Il sig. Madonnaro arriva, guarda l’indicatore di pressione e stabilisce che non serve aggiungere acqua”.
Accservisss?”.
Quarantesima.
La faremo contattare da uno dei tecnici”.
Qui siamo già a gennaio.
Guardo sconsolata il biglietto da visita che, vi anticipo il finale di questa triste storia, ritroveranno nel 2016 stretto nelle mie mani quando il mio cadavere verrà recuperato da sotto le macerie di una palazzina crollata a causa di un guasto ad una caldaia.
Nell’altra mano ancora il cellulare.
Dall’altro capo: “Acc-ggrrg-servisss?”.

Ceci n’est pas une “sòle”

Tra qualche mese questo blog festeggerà dieci anni, non so se questa cosa fa di me una persona molto tenace o molto patetica.
Dieci anni. In pratica ho vissuto qui un quarto della mia vita.
E in dieci anni a volte è capitato che la vita virtuale sconfinasse nella vita reale e ho avuto modo di guardare negli occhi diversi compagni di viaggio: con qualcuno ho bevuto solo un caffè, con altri ho diviso un pollo, una panchina, ho chiacchierato a lungo seduta su un prato, ho condiviso un camper, una mostra, un capodanno, un organo vitale…alcuni li ho abbracciati, altri baciati, con uno ci ho fatto anche l’amore… qui ho conosciuto un’avventura mancata, un flop mondiale, un sentimento tenero e profondo, finanche “l’uomo della mia vita”, ho conosciuto.
Dei compagni di viaggio che sono partiti con me, pochi sono stati altrettanto tenaci (o patetici, fate voi.) La maggior parte l’ho persa nell’etere, qualcuno l’ho recuperato, qualcun altro lo sto perdendo. Con alcuni è rimasto qualche messaggio di auguri a Natale, una telefonata per il compleanno, un commento ogni tanto: il preambolo del nulla, insomma. Pochissimi resteranno nella mia vita per un periodo molto prossimo al “sempre”.
Storie diverse ma che condividono lo stesso iter: lo scambio di un primo commento, il piacersi “a pelle”, il desiderio di raccontarsi meglio, settimane, mesi, anni di mail in privato, lo scambio del numero di telefono, la curiosità di incontrarsi e vedere di nascosto l’effetto che fa.
Da dire che pochi sono i compagni di viaggio che ho riconosciuto nella vita reale così come li conoscevo qui: lo spavaldo maschera un profondo insicuro, il tombeur de femmes cela un omuncolo maldestro e impacciato, il simpaticone con la battuta pronta è in realtà un logorroico noiosissimo, il single è fidanzato, il bello è  impossibile, il gatto è un topo.
Ma c’è anche chi ha seguito un iter diverso, perché inizialmente non mi piaceva, “a pelle”: quindi niente mail, niente commenti simpatici, piuttosto qualche frecciatina velenosa o cortese indifferenza. Poi, per un evento non dipendente da noi, le nostre vite si sono intrecciate.
E finalmente la settimana scorsa Penny è venuta a Milano e ci siamo guardate negli occhi.
Abbiamo fatto colazione insieme, ha visto la mia tana, ci siamo perse e riperse nella mia città, abbiamo pranzato con CuginaIsa, passeggiato per Milano con l’Enigmista, fatto merenda da Luini, cenato, ricenato, preso una tisana a tarda sera, riso dei suoi cappelli e, cosa più importante, ci siamo riconosciute.
Ah che donne meravigliose siamo!